Se la “Ballata delle donne” fa danzare i nostri alunni

foto femminicidio

Quando ci penso, che il tempo è passato,
le vecchie madri che ci hanno portato,
poi le ragazze, che furono amore,
e poi le mogli e le figlie e le nuore,
femmina penso, se penso una gioia:
pensarci il maschio, ci penso la noia.

20 Novembre. Giornata contro il femminicidio. Quest’anno a scuola decidiamo di onorare questa ricorrenza in modo diverso, più “nostro”. Scendiamo in piazza Politeama, con una stoffa di raso rosso lunga 30 metri, a ricordare il fiume di sangue versato. Le ragazze vestite a nero, con un velo austero a coprire il capo, i ragazzi in camicia e cravatta, eleganti, bellissimi. Ma non vogliamo che sia solo una giornata di lutto. Ecco allora che ci viene in aiuto il poeta, il grande Edoardo Sanguineti, con la sua Ballata delle Donne, che non a caso è stata definita la più bella poesia sulle donne degli ultimi 50 anni, un omaggio schietto e appassionato alla donna viva e vera, non angelicata né confinata nel ruolo liso di mamma perfetta.

Quando ci penso, che il tempo è venuto,
la partigiana che qui ha combattuto,
quella colpita, ferita una volta,
e quella morta, che abbiamo sepolta,
femmina penso, se penso la pace:
pensarci il maschio, pensare non piace.

Avevo pensato di fargliela recitare, lì in piazza, durante la nostra breve performance. Ma perché la recitassero in modo adeguato dovevamo studiarla prima in classe. E allora abbiamo montato il nostro “laboratorio ermeneutico”.

All’inizio ho pensato di aver alzato troppo il tiro. Volevo un’analisi rigorosa e precisa, che tenesse conto dell’uso sapiente delle figure retoriche e che indagasse le diverse sfumature semantiche dei 26 versi, apparentemente semplici e accattivanti, con tutte quelle rime cantilenanti.

Quando ci penso, che il tempo ritorna,
che arriva il giorno che il giorno raggiorna,
penso che è culla una pancia di donna,
e casa è pancia che tiene una gonna,
e pancia è cassa, che viene al finire,
che arriva il giorno che si va a dormire.

Ho capito subito però che dovevo rifuggire la tentazione di abbandonarmi alle mie elucubrazioni filologiche, per lasciar fare a loro, consegnandogli in mano pochi strumenti tecnici con cui passare al vaglio le quattro strofe.

Ed è allora che si sono scatenati.

Hanno indossato l’occhiale del filologo e nel contempo si sono lasciati andare alla musica di questa ballata, lanciandosi in interpretazioni appassionate, discettando di Bene e di Male, di maschile e femminile, di pace e di guerra, di morte e di vita. C’hanno messo dentro la Bibbia e il Padreterno, lo yin e lo yang, l’armonia  e la dissonanza, ma lasciando emergere tutto, rigorosamente, dal testo stesso.

Perché la donna non è cielo, è terra
carne di terra che non vuole guerra:
è questa terra, che io fui seminato,
vita ho vissuto che dentro ho piantato,
qui cerco il caldo che il cuore ci sente,
la lunga notte che divento niente.

Misurando le occorrenze con gli evidenziatori, colorando le anafore e ricostruendo i campi semantici hanno dato il colpo d’ala che non mi aspettavo, chiedendomi di non interromperci neppure se era la terza ora consecutiva che ci dannavamo la testa e ci esaltavamo sui versi di questa ballata. Caspita, hanno tredici anni, ho pensato. E sono di estrazione sociale la più varia  e disparata, eppure tutti – non uno di meno – hanno detto la loro, le loro cose interessanti e quelle un poco ingenue, finché proprio da quelli più ‘ingenui’ sono partite le bordate più micidiali, le metafore più ardite, gli accostamenti più spericolati e, forse per questo, più rivelativi:

“l’universo è la Madre e la Terra la figlia, che poi a sua volta si fa di nuovo madre di tutti i viventi”, ha detto Stephen, che viene da Capoverde.

“La bara è come una pancia che ci fa nascere una vita nuova, quando il corpo non c’è più”, ha chiosato Toni. E tutti a chiederci se Sanguineti credeva in Dio e nell’aldilà, o invece pensasse che tutto si chiude quando quella pancia/cassa ci tiene dentro come una pancia di madre.

E alla fine, sull’onda dell’entusiasmo, uno di loro ha cominciato a battere le mani e il portamatite di legno sul banco, a mo’ di percussioni, mentre la compagna intonava le strofe della ballata di volta in volta come una nenia, un rap melodico, una ninnananna. Mi è venuto spontaneo registrare questi loro tentativi, questa musica semplice e trascinante che gli era sbocciata tra le mani.

Il giorno dopo eravamo lì in piazza, a tenere i lembi del nostro fiume rosso che ondeggiava lento.

Poi i veli neri sono caduti giù dai volti delle ragazze, e maschi e femmine si sono girati l’uno verso l’altra, con un sorriso amico, tenendosi per mano.

Femmina penso, se penso l’umano
la mia compagna, ti prendo per mano.